LE DUE FACCE DELL’INSULARITA’: QUESTA E’ QUELLA CHE SERVE ALLA SARDEGNA| di Gianfranco Congiu

 

Il Trattato di Lisbona (TFEU)  dedica  un’attenzione particolare alla riduzione del divario tra i livelli di sviluppo  nelle  varie regioni dell’Unione Europea  includendo, per la prima volta,  l’insularità tra i fattori  che ostacolano una vera coesione territoriale.

Eloquente è l’impostazione dell’art. 174  del Trattato:

“…Per promuovere uno sviluppo armonioso dell’insieme dell’Unione, questa sviluppa e prosegue la propria azione intesa a realizzare il rafforzamento della sua coesione economica, sociale e territoriale. In particolare l’Unione mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite. Tra le regioni interessate, un’attenzione particolare è rivolta alle zone rurali, alle zone interessate da transizione industriale e alle regioni che presentano gravi e permanenti svantaggi naturali o demografici, quali le regioni più settentrionali con bassissima densità demografica e le regioni insulari, transfrontaliere e di montagna.”

Ciò vuol dire che il divario tra regioni europee non favorisce una effettiva coesione economica, sociale e territoriale, soprattutto nelle zone rurali, nelle zone interessate da transizione industriale  e nelle regioni insulari che per la loro perifericità  presentano gravi e permanenti svantaggi naturali o demografici.

Per superare lo svantaggio viene stabilito che gli Stati membri hanno il dovere di orientare la loro politica economica mirando  “ gli obiettivi di cui all’art. 174 e l’elaborazione e l’attuazione delle politiche e azioni dell’Unione (…) tengono conto degli obiettivi dell’art. 174 e concorrono alla loro realizzazione  (art. 175).  

Gli strumenti  sinora maggiormente utilizzati dagli Stati sono  i Fondi europei a finalità strutturale: Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia,  Fondo sociale europeo, Fondo europeo di sviluppo regionale;  in particolare  il   FESR è deputato  alla correzione dei principali squilibri regionali esistenti nell’Unione, partecipando allo sviluppo e all’adeguamento strutturale delle regioni in ritardo di sviluppo nonché alla riconversione delle regioni industriali in declino (art. 176).

L’esperienza di questi anni, però, fa emergere una serie di criticità  che attestano come detti strumenti, da soli, non sono sufficienti per colmare il divario tra le regioni insulari e le regioni di terraferma, soprattutto per il fatto che la gestione dei Fondi strutturali avviene secondo regole omogenee, valide per tutti gli stati membri, dalla Lapponia alla Francia, dalla Germania alla Grecia, dalla Spagna all’Austria, da Cipro alla Danimarca,  senza alcuna distinzione.

Il problema era noto fin dalla prima stesura del Trattato se è vero che l’art. 349 TFEU  ha stabilito  una serie di eccezioni a vantaggio di regioni colpite da una situazione socioeconomica negativa: nei confronti di questi territori possono essere adottate misure derogatorie  nelle politiche doganali e commerciali, nelle politiche  fiscali, in tema di zone franche, nelle politiche agricole e di pesca, sugli aiuti di stato e sulla disciplina di accesso ai fondi strutturali.

Questo il testo dell’art. 349 TFEU:

“… Tenuto conto della situazione socioeconomica strutturale della Guadalupa, della Guyana francese, della Martinica, della Riunione, di Saint Barthélemy, di Saint Martin, delle Azzorre, di Madera e delle isole Canarie, aggravata dalla loro grande distanza, dall’insularità, dalla superficie ridotta, dalla topografia e dal clima difficili, dalla dipendenza economica da alcuni prodotti, fattori la cui persistenza e il cui cumulo recano grave danno al loro sviluppo, il Consiglio, su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo, adotta misure specifiche volte, in particolare, a stabilire le condizioni di applicazione dei trattati a tali regioni, ivi comprese politiche comuni […]

Le misure di cui al primo comma riguardano in particolare politiche doganali e commerciali, politica fiscale, zone franche, politiche in materia di agricoltura e di pesca, condizioni di fornitura delle materie prime e di beni di consumo primari, aiuti di Stato e condizioni di accesso ai fondi strutturali e ai programmi orizzontali dell’Unione […]“.

Questo è il vero snodo della insularità:  l’Europa, in presenza di una particolare situazione socioeconomica (ritardi di sviluppo, insularità, ridotta superficie, caratteristiche topografiche,  clima, dipendenza economica), può adottare deroghe rispetto alle regole valide nei 28 stati dell’Unione Europea   in materie sensibli quali: politiche doganali e commerciali,   fiscali, in tema di zone franche,  politiche agricole e di pesca, sugli aiuti di stato e sulla disciplina di accesso ai fondi strutturali.

Ora, sebbene la Sardegna non rientri nell’elenco di cui all’art. 349 (ovviamente per grave colpa della classe politica italiana e locale che non seppero o non vollero intervenire durante la stesura del Trattato) tuttavia  è facile arguire come la nostra isola possegga  tutti i requisiti  per poter essere equiparata alle regioni ultraperiferiche e, come tale, destinataria di misure specifiche finalizzate al colmare il ritardo con le altre regioni europee.

E’ facile cogliere la portata della norma che consentirebbe di abbinare alla leva Fondi strutturali anche la ulteriore leva delle Misure derogatorie di cui beneficiano esclusivamente i territori elencati nell’art. 349, con ciò aumentando  le possibilità che si raggiunga la piena realizzazione di  quella coesione territoriale, economica e territoriale   contenute nell’art. 174 e che è uno dei capisaldi della politica della Unione Europea.

Ma quali potrebbero essere le misure derogatorie veramente utili alla Sardegna?

intanto serve un  sistema fiscale di effettivo vantaggio:  sul punto val la pena richiamare la epocale   sentenza Azzorre  in cui la Corte di Giustizia Europea ha  affermato che per  beneficiare di un sistema fiscale differenziato (cioè essere Stato nello Stato)  è necessario che la regione richiedente abbia:

  1. autonomia istituzionale rispetto al governo centrale;
  2. autonomia decisionale;
  3. autonomia finanziaria con il vincolo del pareggio di bilancio

Ebbene, è fuori dubbio che la Sardegna, non solo, possegga i requisiti tutti per poter beneficiare di un sistema fiscale differenziato, ma è anche – con il suo Statuto – all’interno del perimetro giurisprudenziale tracciato dalla UE (ovviamente a suo carico il mantenimento del vincolo sul pareggio di bilancio) .

Altresì determinante sarebbe disporre di un sistema di deroghe specifiche in materia di:

  •  Aiuti di Stato
  •  politiche agricole e ittiche.

 

Sappiamo che gli Aiuti di stato sono una pratica vietata all’interno della UE nella misura il cui gli Stati membri – comprese anche le Regioni – non possono fornire sovvenzioni alle imprese per il rischio di  distorcere la libera concorrenza e il mercato.

Ma questo divieto non opera, invece, proprio per le regioni indicate nell’art. 349 le quali possono erogare sovvenzioni alle imprese  in considerazione della loro situazione strutturale, economica e sociale (art. 107).

Ecco che quindi solo l’azione combinata dei  Fondi strutturali  con  adeguate misure derogatorie in materia fiscale, in materia di Aiuti di Stato e nelle politiche agricole e ittiche,  consentono all’Europa il conseguimento di una vera e  piena coesione sociale, economica e territoriale.

In conclusione l’obiettivo è estendere anche alla  Sardegna la tutela, già prevista dal Trattato, per gli ambiti periferici e insulari,   soluzione  da ricercarsi su un piano eminentemente politico/negoziale implicante, non già una inutile modifica costituzionale, quanto l’apertura immediata di una vera trattativa  con la U.E.  da parte dello stato italiano (con il pungolo energico delle istituzioni isolane, vista la conclamata  riottosità dell’Italia sul tema  LEGGI QUI )  affinché  il sistema delle deroghe, già riconosciute alle Canarie, Madera, Azzorre,  possano essere estese anche alla Sardegna  per legittimare, anche in terra Sarda,   quelle misure compensative che più di altre contribuiscono a ridurre il divario tra le regioni europee.

 

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