VA IN ONDA LA “LOMBARDIZZAZIONE” DELLA SANITÀ SARDA. E I NOSTRI? MUTI. CON UNA CHIOSA SUGLI OBIETTIVI DI UNA EFFICACE MOBILITAZIONE POPOLARE.

Mentre la gente scende in strada, protesta, fonda comitati per denunciare lo smantellamento dei servizi sanitari territoriali, mentre i sindaci restituiscono le fasce, i consigli comunali votano iracondi ordini del giorno,   il 4 agosto scorso veniva messa in onda una Intesa Stato/Regioni (Requisiti  per ottenere l’accreditamento alla erogazione di cure domiciliari (qui) che fa da apripista a quella che per il governo italiano dovrebbe essere l’idea della Sanità del futuro.

Le cure domiciliari sono prestazioni sanitarie a domicilio che il Servizio sanitario assicura alle persone non autosufficienti o in condizioni di fragilità, attraverso l’erogazione delle prestazioni mediche, riabilitative, infermieristiche e di aiuto infermieristico necessarie e appropriate in base alle specifiche condizioni di salute della persona.

Ebbene, chi rappresentava la Sardegna a quel tavolo e  come  hanno votato i nostri rappresentanti  rispetto a quella che da tanti viene definita come un tentativo di “Lombardizzazione della sanità pubblica”?

In soldoni:  l’Intesa, nel fissare i requisiti per l’accreditamento delle cure domiciliari,  introduce i classici meccanismi della sanità lombarda: esternalizzazione dei servizi sanitari ai privati e mortificazione della medicina territoriale, con il pubblico in competizione con gli operatori privati  annaspando nel tentativo di continuare ad erogare prestazioni in un contesto di difficoltà sempre crescenti. Un colpo durissimo per la sanità pubblica (F. Lonati in Saluteinternazionale.info)

E tutto ciò nonostante quel modello lombardo (totalmente imperniato sugli ospedali a discapito delle strutture locali e della sanità territoriale) sia stato sonoramente bocciato nel periodo del Covid:  lo smantellamento dei servizi pubblici territoriali a vantaggio degli stessi servizi offerti dai privati, la marginalizzazione dei Distretti sanitari (ormai ridotti al rango di passacarte in un sistema centralizzato sull’ATS) ha generato una sanità imperniata esclusivamente sulle strutture ospedaliere che, se non sono collassate in massa durante la pandemia, lo si deve solo ed esclusivamente allo stoicismo dei medici e degli operatori sanitari.

“…Il Covid ha portato a galla tutte le falle del sistema sanitario e la più grande di tutte l’hanno pagata i cittadini sulla loro pelle: l’assistenza medica sul territorio. (…) Lo smantellamento dell’assistenza sul territorio da anni costringe ad andare al Pronto soccorso per qualunque cosa, aumenta i ricoveri impropri soprattutto per diabete, malattie polmonari e ipertensione, mentre chi soffre di malattie croniche si aggrava” (M. Gabanelli in Dataroom Corsera del 24 maggio 2021).

Oggi invece quel sistema viene riproposto dal governo italiano con la complice e colpevole intesa, appunto, delle Regioni, compresa la nostra.

Capisco che le Regioni avanzate (per intenderci, quelle ricche di strutture private da foraggiare e alimentare) vedano di buon grado una simile prospettiva, ma le altre. Le altre regioni, soprattutto quelle meridionali e insulari, dove solo il pubblico riesce ancora a garantire i livelli essenziali di assistenza,  avrebbero dovuto insorgere, protestare, fare barricate.

Perché è notorio che un sistema centrato sull’ospedale con erogatori privati in progressivo miglioramento e con Aziende Ospedaliere (AO) pubbliche che, nelle attuali condizioni di impoverimento e di pachidermia burocratica, fanno fatica a “stare al passo” con il privato nonostante il pubblico abbia una tradizionale buona capacità di cura, una efficiente amministrazione, una riconosciuta eccellenza scientifica.

Ad una simile impostazione ospedalocentrica si aggiunga la supremazia esercitata dalle Aree Socio Sanitarie che non cedono  ai Distretti neppure un grammo di autonomia  gestionale-finanziaia, chiave indispensabile per “territorializzare” i processi.

Cosi come la progressiva esautorazione dei sindaci e delle comunità locali che sul versante dei servizi assistenziali, sono attori fondamentali proprio per quelle funzioni che possono direttamente incidere sulla salute dei singoli e della comunità (piano regolatore, viabilità, barriere architettoniche, attività sociali-culturali-ricreative-sportive, regolamenti degli esercizi pubblici,…).

Troppi i vincoli per le assunzioni, troppo complesse le trattative per i rinnovi contrattuali, troppo cavillose le procedure alle quali  il settore della sanità pubblica, a differenza del settore privato, è sottoposto.
Tutto ciò ha reso assolutamente impari la competizione pubblico/privato.

Di fatto, si stanno creano le condizioni per cui solo il privato potrà funzionare, libero dalla frammentazione e complessità  dei momenti decisionali.

 

Ecco quindi che la domanda sorge spontanea: chi rappresentava la Sardegna al tavolo della Intesa Stato/Regioni?
Che posizione ha assunto rispetto al sistema di accreditamento dei soggetti abilitati a erogare  le cure domiciliari?

Che posizione ha assunto rispetto a norme che metteranno ancor più in sofferenza il sistema della sanità pubblica?

Quale visione si ha della sanità in Sardegna e del binomio pubblico/privato?

Come declinare il bisogno di salute in territori disomogenei e distantissimi tra loro?

Come coniugare una visione ospedalocentrica con i bisogni territoriali?

Come erogare cure e prestazioni sanitarie nelle aree periferiche?

Non sarà forse il caso che sindaci, comitati civici (penso alla mobilitazione popolare del 24 settembre) ripudiando la tentazione di fare facile populismo di ritorno con rivendicazionismi e proteste  fini a se stesse, inizino a pretendere dalla Regione azioni concrete e davvero incisive su:

  •  l’approntamento immediato e urgente del Piano delle Cure e dell’Assistenza socio sanitaria Territoriale (pilastro insostituibile di una buona programmazione sanitaria insieme alla Rete Ospedaliera e alla Rete dell’Emergenza/Urgenza);
  • la riorganizzazione dei Distretti con potenziamento dei compiti, funzioni e responsabilità e da cui far  dipendere le strutture e i professionisti.
  • l’innalzamento dei livelli di rispetto della dignità di ogni persona con una attenzione particolare alle persone fragili.
  • Miglioramento della qualità dell’assistenza e rispetto del diritto di curarsi nel proprio contesto di vita.
  • Superamento dei divari territoriali,
  • Favorire nelle comunità la creazione  di luoghi/spazi di erogazione di cure adatti alle esigenze della popolazione e delle persone vulnerabili.

Urgono risposte.

 

 

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